New Michel8 del 1 Marzo 2020

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Mt 4,1-11

In questa prima domenica di Quaresima, il Vangelo ci introduce nel cammino verso la Pasqua, mostrando Gesù che rimane per quaranta giorni nel deserto, sottoposto alle tentazioni del diavolo. Questo episodio si colloca in un momento preciso della vita di Gesù: subito dopo il battesimo nel fiume Giordano e prima del ministero pubblico. Egli ha appena ricevuto la solenne investitura: lo Spirito di Dio è sceso su di Lui, il Padre dal cielo lo ha dichiarato «Figlio mio, l’amato». Gesù è ormai pronto per iniziare la sua missione; e poiché essa ha un nemico dichiarato, cioè Satana, Lui lo affronta subito, “corpo a corpo”. Il diavolo fa leva proprio sul titolo di “Figlio di Dio” per allontanare Gesù dall’adempimento della sua missione: «Se tu sei Figlio di Dio…», gli ripete, e gli propone di fare gesti miracolosi di fare il “mago” come trasformare le pietre in pane per saziare la sua fame, e buttarsi giù dalle mura del tempio facendosi salvare dagli angeli. A queste due tentazioni, segue la terza: adorare lui, il diavolo, per avere il dominio sul mondo. Mediante questa triplice tentazione, Satana vuole distogliere Gesù dalla via dell’obbedienza e dell’umiliazione – perché sa che così, per questa via, il male sarà sconfitto – e portarlo sulla falsa scorciatoia del successo e della gloria. Ma le frecce velenose del diavolo vengono tutte “parate” da Gesù con lo scudo della Parola di Dio che esprime la volontà del Padre. Gesù non dice alcuna parola propria: risponde soltanto con la Parola di Dio. E così il Figlio, pieno della forza dello Spirito Santo, esce vittorioso dal deserto. Durante i quaranta giorni della Quaresima, come cristiani siamo invitati a seguire le orme di Gesù e affrontare il combattimento spirituale contro il Maligno con la forza della Parola di Dio. Non con la nostra parola, non serve. La Parola di Dio: quella ha la forza per sconfiggere Satana. Per questo bisogna prendere confidenza con la Bibbia: leggerla spesso, meditarla, assimilarla. La Bibbia contiene la Parola di Dio, che è sempre attuale ed efficace. Qualcuno ha detto: cosa succederebbe se trattassimo la Bibbia come trattiamo il nostro telefono cellulare? Se la portassimo sempre con noi, o almeno il piccolo Vangelo tascabile, cosa succederebbe?; se tornassimo indietro quando la dimentichiamo: tu ti dimentichi il telefono cellulare oh!, non ce l’ho, torno indietro a cercarlo; se la aprissimo diverse volte al giorno; se leggessimo i messaggi di Dio contenuti nella Bibbia come leggiamo i messaggi del telefonino, cosa succederebbe? Chiaramente il paragone è paradossale, ma fa riflettere. In effetti, se avessimo la Parola di Dio sempre nel cuore, nessuna tentazione potrebbe allontanarci da Dio e nessun ostacolo ci potrebbe far deviare dalla strada del bene; sapremmo vincere le quotidiane suggestioni del male che è in noi e fuori di noi; ci troveremmo più capaci di vivere una vita risuscitata secondo lo Spirito, accogliendo e amando i nostri fratelli, specialmente quelli più deboli e bisognosi, e anche i nostri nemici.

Avvisi

Domenica 1 marzo RITIRO di QUARESIMA comunitario “Piuttosto che cambiare preferisco morire” dalle 16.00 alle 18.00.

Sabato 7 Marzo si terrà la Raccolta Alimentare a Panorama, dalle 8.30 in poi.

L’ANGOLO DEGLI SQUILIBRATI

Una testimonianza di Ascolto del Grido del Popolo. Ho partecipato ad un incontro con il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo. Sento forte l’esigenza di testimoniare le sensazioni che mi ha suscitato questo incontro. Questo è il primo risultato. L’esigenza che monta di testimoniare, di metter per iscritto cose. Contagiare chi la riceve a ciò che egli stesso si senta portavoce del messaggio. E così via, attivando un circolo virtuoso di condivisione. Ecco perché questo articolo. Pietro Bartolo ci ha portato foto e video, specificando che è solo una piccola parte e decisamente filtrata di tante cose che ha vissuto. Ha condiviso foto di ragazzi e ragazze, di corpi esanimi stipati in posti impensabili, di ferite, di donne incinte e bimbi. Ha condiviso la paura; quella che lo attanagliava sempre, aprendo i “sacchi” dove la capitaneria conservava i corpi dei naufraghi recuperati in mare. La paura che ci fossero i bambini. Trovare i bambini nei sacchi lo devastava. Aveva paura. Spesso vomitava, ma andava avanti. Ci ha spiegato come si svolgeva il riconoscimento del cadavere, una procedura lunga, straziante e di come lui si portasse sempre dietro una spazzola. Una spazzola. Per pettinare i capelli dei corpi recuperati. Doveva restituire dignità a quei corpi. Ci ha mostrato la foto di un bel bimbo nato in mare, con il cordone ombelicale legato con un mezzo di fortuna. Che cosa si può trovare su una barca in mezzo al mare per legare un cordone ombelicale? Una ciocca di capelli. Capelli della mamma. E poi altro, tanto altro. Quello che vorrei comunicare in queste righe, non sono tanto le foto viste o le sue riflessioni se pur bellissime e intense. Il punto è un altro. Dovevate vedere come lo ha fatto. È necessario che capiate come lo ha fatto. Pietro Bartolo lo vedevo a due metri da me, ero in prima fila. Ho colto ogni sua espressione, ruga, tremore, tutta la sua sofferenza nel raccontare, la sua commozione, lo strazio. Uno strazio però interiorizzato e riconsegnato a noi con un senso diverso, quale sia non l’ho ancora capito; forse compassione, forse speranza, forse un dolore sublimato-rielaborato, a saperlo…. Però ho capito che non lo fa per lui. Lo deve fare per loro. E forse quando parla, non sembra neanche lui. Sembrano molti. Ha iniziato la sua testimonianza che è scivolata via ininterrottamente per circa un’ora e mezza in una sala enorme, gremita, e in un silenzio surreale per cui anche l’applauso finale sembrava fuori posto. Per quasi tutta la durata del suo intervento i suoi occhi erano gonfi di lacrime. Lacrime discrete, nascoste, rimandate su e che rimangono appese. Spesso si doveva fermare; la sua voce era rotta dall’emozione del ricordo delle immagini che gli si paravano davanti. È stata una testimonianza sofferta, struggente di un uomo semplice e generoso che si mortifica se lo chiamano eroe, perché insisteva – arrabbiandosi che aiutare chi ha bisogno non è da eroe ma è una cosa normale. È la normalità. Allora ci ha chiesto come compito, non di essere eroi, ma di provare a compiere piccoli gesti quotidiani di “eroismo” intesi come vicinanza e prossimità alle persone in difficoltà; qualsiasi esse siano. Eccola allora la sfida e il senso della sua testimonianza per noi. Questo è quanto di più vicino io abbia sentito al mandato dell’equipe pastorale degli “squilibrati” e di tutti noi. Ascolto e vicinanza. Dai senza fissa dimora, agli anziani soli, ai vicini di casa in difficoltà, all’amico che si sta rovinando con i giochi d’azzardo, allo studente che ha abbandonato la scuola, al papà che ha perso il lavoro, ai papà e alle mamme in difficoltà dopo una separazione, alla signora che ha trovato rifugio nell’alcol, alle famiglie che non riescono a pagare la bolletta della mensa dei figli, alla donna vittima di violenza, al ragazzo straniero emarginato, alla famiglia rom che chiede aiuto, al bambino bullizzato, alle famiglie strozzate dai debiti, al barbonismo domestico, alla ragazza che davanti allo specchio ha deciso che non mangia più, al ragazzo che sta cercando il suo orientamento sessuale, ai ragazzi in isolamento sociale volontario e alle tante altre forme di grido di aiuto silenzioso che sono intorno a noi. Sintonizzarci su quel canale e ascoltare quel grido inascoltato delle persone in difficoltà vicino a noi, nel nostro territorio, a Pietralata è la nostra chiamata. Qualunque esse siano. Riconoscendoci anche la paura nel farlo, accettando con coraggio anche fallimenti e frustrazioni. Come Pietro Bartolo e il suo messaggio: restituire alle persone che soffrono, quella vicinanza e quella dignità di essere Persone Amate che la sofferenza e le difficoltà hanno consumato e cancellato.