New Michel8 del 24 Maggio 2020

Come anticipato nel Michel8 di Domenica 10 Maggio, abbiamo iniziato a presentare tutti i gruppi della nostra Parrocchia, ma oggi ci prendiamo una piccola pausa perché abbiamo ricevuto una bellissima testimonianza. Buona lettura!

Sono un medico. Lavoro in Malattie Infettive al Policlinico Gemelli da tanti anni.
Mi sono ammalato di COVID 19 alla fine di marzo. Sono stato ricoverato 39 giorni, incluso un periodo in Terapia Intensiva. Da un paio di settimane sono tornato a casa.
Questa non è la prima epidemia con cui mi trovo ad avere a che fare. Quando sono arrivato, da studente del quinto anno di Medicina, in Malattie Infettive, erano gli anni dell’epidemia dell’infezione da HIV, l’AIDS. Una malattia terribile, che in quegli anni aveva il 100% di mortalità. Una malattia particolare, che allora colpiva soprattutto tossicodipendenti ed omosessuali, persone considerate scarti della società, con storie difficili e tragiche, ma che a me e a tantissimi miei colleghi hanno fatto vivere una straordinaria esperienza umana e professionale, regalandoci una ricchezza che forse mai più avremmo incontrato. E poi l’ epidemia di influenza H1N1 nel 2009, anno in cui è nato il mio ultimo figlio. Ci ammalammo tutti, in famiglia. Ma quella sì, fu poco più di una semplice influenza. E infine, nel 2015, la minacciata epidemia di Ebola, che però, per fortuna, non arrivò mai davvero.
Chi fa il mio lavoro mette in conto la possibilità di contagiarsi. E’ una delle regole del gioco. Uno dei rischi. E non l’unico di chi lavora come operatore sanitario. Del contagio si ha paura soprattutto perché si mettono a rischio le persone care, la propria famiglia e i propri amici. Molto di più, invece, si ha paura di essere inadeguati a fronteggiare situazioni difficili e ad aiutare nella maniera giusta chi ne ha bisogno. A fine febbraio nel mio ospedale tutti avevamo l’impressione, considerando quello che stava accadendo in Veneto e Lombardia, di essere seduti su una spiaggia, a guardare l’arrivo di uno tsunami in lontananza. Non puoi fare niente per evitarlo, puoi solo prepararti un minimo all’impatto. E così stavamo facendo tutti, lavorando in media sedici ore al giorno. Con una compattezza, una forza e una determinazione che raramente mi era capitato di vedere nel mio Ospedale. Il 20 marzo mi sono ammalato. All’inizio avevo solo febbre e dolori muscolari. Sono rimasto a casa, in isolamento stretto, preoccupato soprattutto di non contagiare mia moglie e i miei figli e consapevole, purtroppo, che questo poteva già essere avvenuto.
Il 26 marzo sono stato costretto a ricoverarmi per una progressiva diminuzione della saturazione dell’ossigeno nel sangue. Dalla sera prima, anche mia moglie e il mio ultimo figlio avevano febbre e dolori muscolari.
Potete immaginare il mio stato d’animo e la mia preoccupazione per questa situazione contemporanea al mio ingresso in Ospedale. La sensazione che più ricordo quando sono arrivato al Pronto Soccorso del mio Ospedale è il dolore e lo stupore che vedevo stampato sulle facce di tanti miei colleghi ed amici, con cui avevo lavorato fino a poche ore prime. Tutti preoccupatissimi per me, ma anche colpiti dalla consapevolezza che nessuno di noi è immune dalla possibilità di ammalarsi. Sono rimasto in degenza ordinaria sì e no un giorno.
Poi è stato necessario trasferirmi in Terapia Intensiva, dove per fortuna è stato sufficiente somministrarmi ossigeno ad alti flussi, senza la necessità di intubarmi. Dopo alcuni giorni, sono stato dimesso dalla Terapia Intensiva e sono stato ritrasferito in Malattie Infettive, dove ho passato un lungo periodo in attesa della negativizzazione dei tamponi, che sanciva la mia non contagiosità, permettendomi di rientrare a casa. Grazie a Dio, intanto era arrivata per me la notizia più importante: mia moglie e mio figlio erano guariti e gli altri due figli non si erano ammalati.
Vi dirò poco del mio periodo in Ospedale. Sono cose che sapete o immaginate.
Ho visto intorno a me sofferenza e morte. Persone in isolamento che non avevano neppure il conforto di avere vicino una persona cara, la possibilità di una carezza o di un abbraccio. Ma ho visto anche tanta vita e tanto amore, nelle mani e negli occhi di medici e soprattutto infermieri che non sono stati solo operatori sanitari, ma anche amici, fratelli, sorelle, figli, papà e mamme per i loro pazienti. Nei giorni dell’isolamento in reparto, quando ormai stavo meglio e avevo tanto tempo per pensare, mi sono venute diverse considerazioni, soprattutto dalla lettura di due testi che sono stati per me straordinariamente importanti: Il risveglio dell’Umano di J. Carron e Van Thuan. Libero tra le sbarre di T. Gutierrez de Cabiedes. Prima del COVID 19, un po’ tutti vivevamo come in una bolla, con le nostre piccole e grandi questioni di tutti i giorni, nella nostra rassicurante routine, senza quasi mai avere tempo o voglia o energie da dedicare ai temi e alle domande essenziali della nostra vita. Ad un certo punto, però, la realtà bussa con violenza alla nostra porta e ci scuote, ci risveglia, ci costringe a risistemare la scala dei valori e a ridefinire le priorità. Ci mette sotto agli occhi tutta la nostra vulnerabilità, la nostra fragilità e i limiti della nostra condizione umana. Mette in discussione la nostra certezza di poter controllare tutto, soprattutto con i mezzi tecnologici. Fa riemergere il desiderio e la esigenza di capire. Come scrive Hanna Arendt, ogni crisi, ogni impatto con la realtà “ci costringe a tornare alle domande” essenziali della nostra vita.
Come ha detto Papa Francesco il 27 marzo in Piazza San Pietro: “Ci siamo resi conto di trovarci tutti sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità”.
In questa vicenda estremamente impegnativa molte volte si è affacciata la paura.
Le armi più efficaci per combatterla e scacciarla sono state la compagnia umana e la fede.
Per compagnia umana intendo quella gran moltitudine di persone che hanno sostenuto me e la mia famiglia ogni giorno, ogni ora, ogni minuto: con gesti concreti, con una telefonata, con un messaggio, con un pensiero. Mai di circostanza, sempre carichi di sincerità, spontaneità e gratuità. In alcuni ho scoperto una ricchezza di pensiero e una profondità che potevo avere intuito, ma forse non avevo mai messo così bene a fuoco prima di questa circostanza. Incredibilmente importanti. Determinanti. Mi hanno dato la forza e lo slancio per guarire.
In questo senso, la compagnia umana ti aiuta anche a comprendere meglio la tua fede, non come semplice riconoscimento del Divino, ma del Divino presente nell’Umano.Quando sei in un momento di grande difficoltà, in cui sai che stai rischiando la vita, la domanda che potrebbe arrivare con violenza e rancore è sempre la stessa: “Perché proprio a me?”. Credo che uno dei passaggi più importanti nella vita di fede di una persona sia fare proprie queste parole del Vangelo: “Io non sono venuto a spiegare, a dissipare i dubbi con una spiegazione, ma a riempire, o meglio, a rimpiazzare con la mia presenza il bisogno stesso della spiegazione”.
E Papa Francesco ha spiegato benissimo questa presenza viva nella Omelia della Messa a Casa Santa Marta, poco più di due mesi fa: “Questo è l’amore di Dio, come quello della mamma. Dio non si scorda di noi. Mai. Non può, è fedele alla Sua alleanza. Questo ci dà sicurezza… Lui non si dimentica di te, perché ha questo amore viscerale, ed è padre e madre”. E quando soffri e stai male, quando hai paura, sta vicino a te, come una mamma ed un papà, non chiedendoti se ti sei comportato bene o male, non pretendendo spiegazioni. Ma stringendoti la mano e regalandoti amore, conforto e coraggio.
Prima lo immaginavo. Adesso lo so.

Giancarlo Scoppettuolo

Avvisi

Con grande gioia annunciamo la ripresa delle celebrazioni pubbliche dell’Eucaristia. Vi preannunciamo, in breve, alcune indicazioni importanti: Orario S. Messe: feriali e Sabato ore 8.30 – 18,30 – Domenica ore 8,30 – 10.00 – 11,30 – 18,30
Le S. Messa feriali e quelle della Domenica alle 8.30 e alle 18.30 saranno svolte in Chiesa. Si curerà il ricambio d’aria in chiesa. E’ stata prevista una portata max di 70 persone. Le S. Messe della Domenica saranno svolte nel cortile della Parrocchia. Prima e dopo la S. Messa tutta la chiesa e le sedie saranno sanificate e igienizzate con prodotti virucidi, anche l’ambone, i microfoni, i vasi sacri. Siamo ancora in stato di emergenza nazionale, grazie per la comprensione, la collaborazione e la pazienza! La responsabilità personale di tutti aumenterà la sicurezza della nostra Liturgia.
Nelle giornate di sabato 23 e domenica 24 maggio p.v. sarà effettuata la donazione del sangue.
Nelle suddette giornate l’autoemoteca sosterà dalle ore 8 alle ore 12 davanti alla Parrocchia di San Michele Arcangelo.
L’accettazione dei donatori avverrà nei locali parrocchiali con accesso dal cancello di destra guardando la chiesa ed il Gruppo Donatori del Masci “Roma 5” offrirà una ricca colazione in un clima di festa e serenità.
Per rispettare le misure di sicurezza sanitaria e di distanziamento sociale vi preghiamo di: venire provvisti di dispositivi di protezione individuale (mascherine e guanti); prenotare il vostro orario di presentazione al seguente link:
https://doodle.com/poll/9iiv7fx5mwikaigq
Inserite il vostro nominativo e selezionate l’orario preferito. Non saranno ammessi più di 4 donatori ogni mezz’ora.
Questo servirà per evitare assembramenti e attese inutili. Vi ricordiamo che è necessario presentarsi con un documento di identità.
Giovedì 28 maggio alle ore 19,30 si terrà il Rosario nel cortile delle Suore. Saranno posizionate le sedie a distanza di sicurezza e verranno utilizzate tutte le precauzioni di necessarie.